Episodio 02 · MAGGIO 2026

Mobilità urbana e qualità della vita: muoversi meglio ci fa vivere meglio?

Ore bloccati nel traffico, autobus in ritardo, la caccia al parcheggio. Non è solo una questione di efficienza, ma di salute, stress e qualità della vita. Quanto pesa davvero la mobilità sul nostro benessere quotidiano?

Intorno al tavolo

Ospiti e host

Mirko Laurenti

Legambiente

Mirko Laurenti is an environmental reporting expert working in the Scientific Office of Legambiente. He coordinates the annual "Ecosistema Urbano" (Urban Ecosystem) report, one of the leading Italian studies on the environmental performance of Italy's provincial capitals, produced by Legambiente in collaboration with other research bodies. His work focuses on urban sustainability, the environmental quality of cities, and policies for the ecological transition.

Mario Cerasoli

Professor of Urban Planning, Sapienza University of Rome

CEO di Moov e conduttore di Moov(er)Time, guida ogni conversazione verso le questioni pratiche che si celano dietro i titoli, mantenendo l'attenzione su ciò che cambia per chi si sposta concretamente.

Gabriele Ratti

Gabriele Ratti

CEO Moov · Host

CEO of Moov and host of Moov(er)Time, he guides each conversation toward the practical questions behind the headlines, keeping the focus on what changes for the people who actually move.

A proposito di questo episodio

Di cosa abbiamo parlato

Ci spostiamo ogni giorno — ma a quale prezzo per il nostro tempo, la nostra salute e le nostre città? In questo episodio esploriamo il legame stretto tra come ci muoviamo e la qualità della vita urbana, partendo da un dato che colpisce: l'Italia ha uno dei tassi di motorizzazione più alti d'Europa, e continua a crescere.Sulla base dei dati più recenti sugli ecosistemi urbani italiani, la conversazione racconta un sistema di mobilità "incagliato": ciclabilità e pedonalità sono cresciute dopo la pandemia, ma si sono poi fermate, mentre lo spazio dedicato all'auto continua ad allargarsi.

Ripercorriamo come è nata la città a misura d'automobile nell'Italia del dopoguerra, perché penalizza tutti — automobilisti compresi — e cosa hanno fatto di diverso città come Amsterdam, Vienna e Barcellona. La vera domanda non è solo come ci muoviamo, ma come riconquistare la libertà, la sicurezza e la vivibilità che abbiamo silenziosamente barattato.

Temi chiave

Punti salienti della conversazione

🔹 Perché la dipendenza dall'auto in Italia continua a crescere mentre ciclabilità e pedonalità si sono fermate

🔹 Come il modello di città a misura d'automobile del dopoguerra ha penalizzato tutti, automobilisti compresi

🔹 Cosa significa davvero "libertà di movimento" e come ricrearla senza l'auto privata

🔹 Le lezioni di Amsterdam, Vienna e Barcellona su una mobilità integrata e a misura di persona

🔹 Cosa manca ancora all'Italia: un cambiamento culturale, politiche coordinate e il giusto equilibrio pubblico-privato

Trascrizione completa

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Qual è il tema centrale del rapporto tra mobilità e qualità della vita nelle città?

Il tema centrale è il legame diretto tra modalità di spostamento e qualità della vita urbana. Una mobilità inefficiente, fortemente dipendente dall’auto privata, genera perdita di tempo, stress, inquinamento, incidenti e aumento delle disuguaglianze. Al contrario, sistemi di trasporto sostenibili, accessibili ed efficienti migliorano benessere, salute, equità e vivibilità complessiva delle città.

Quali evidenze emergono dai dati sull’ecosistema urbano delle città italiane?

I dati mostrano una forte dipendenza dall’automobile privata nei capoluoghi italiani, con un tasso di motorizzazione tra i più alti d’Europa e in crescita. Parallelamente, si registra una riduzione degli spazi dedicati alla ciclabilità, alla pedonalità e alle zone a traffico limitato. Nel complesso, questo indica una difficoltà strutturale nel pianificare sistemi di mobilità realmente sostenibili e alternativi all’auto.

Qual è lo stato della mobilità urbana nelle principali città italiane secondo i report analizzati?

Il quadro complessivo evidenzia una mobilità urbana “incagliata”. Le città monitorate sono numerose e rappresentative dei principali capoluoghi, ma mostrano difficoltà diffuse nel ridurre la dipendenza dall’auto privata. Anche la ciclabilità, dopo una crescita significativa nel periodo post-pandemico, ha rallentato o si è stabilizzata. In parallelo, anche le aree pedonali mostrano segnali di lieve contrazione.

Perché la ciclabilità e la pedonalità stanno rallentando in molte città italiane?

Dopo una fase di crescita accelerata legata anche agli effetti del periodo pandemico, la ciclabilità ha smesso di crescere con la stessa intensità. Questo rallentamento, insieme alla lieve riduzione delle aree pedonali, suggerisce che le alternative all’auto privata non stanno ancora diventando strutturali nel sistema di mobilità urbano e restano spesso soluzioni spontanee adottate dai cittadini più che scelte sistemiche.

Le città italiane si sono davvero adattate alla crescita dell’automobile privata?

Le città non si sono realmente adattate in modo equilibrato, ma hanno inseguito la crescita della motorizzazione di massa. Nel tempo, lo sviluppo urbano ha privilegiato infrastrutture stradali e l’uso dell’auto, spesso a scapito del trasporto pubblico, della pedonalità e della ciclabilità. Questo processo ha prodotto città meno efficienti anche per chi usa l’automobile e non solo per chi sceglie alternative.

Come si è sviluppato storicamente il modello di città centrato sull’automobile in Italia?

Nel secondo dopoguerra, la rapida crescita economica e industriale ha favorito l’espansione delle città e della motorizzazione di massa. La pianificazione urbana ha spesso seguito logiche speculative, senza integrare adeguatamente la mobilità. Le città si sono espanse su piani regolatori datati e solo successivamente lo Stato ha introdotto standard minimi, come parcheggi e infrastrutture. Tuttavia, la crescita dell’auto ha superato la capacità di pianificazione, consolidando un modello urbano sbilanciato.

Quali effetti ha prodotto questo modello urbano basato sull’auto?

Ha generato città con spazi insufficienti per gestire contemporaneamente mobilità privata e pubblica. Le auto restano ferme per gran parte del tempo, occupando spazio urbano prezioso. Inoltre, il dimensionamento crescente dei veicoli ha aumentato ulteriormente la pressione sugli spazi urbani. Il risultato è un sistema inefficiente che penalizza tutte le modalità di trasporto, non solo quelle alternative.

Quali criticità presenta oggi la mobilità urbana nelle città italiane?

Il sistema è caratterizzato da forte dipendenza dall’auto privata, scarsa integrazione tra modalità di trasporto e insufficiente sviluppo di alternative efficaci. Il trasporto pubblico spesso non riesce a soddisfare pienamente la domanda, mentre soluzioni come bici e micromobilità restano diffuse ma non ancora supportate da un ecosistema completo e coerente.

Cosa si intende per “libertà di movimento” nella mobilità urbana?

La libertà di movimento è la possibilità di spostarsi in modo flessibile e immediato, tipicamente associata all’automobile privata. Il principale problema della transizione verso modelli sostenibili è replicare questa percezione di libertà attraverso sistemi alternativi come trasporto pubblico, biciclette, micromobilità e servizi condivisi, che però non sempre garantiscono la stessa immediatezza e autonomia percepita.

Quali sono le principali difficoltà nella costruzione di un ecosistema di mobilità integrato?

Le difficoltà principali riguardano l’integrazione tra diversi mezzi di trasporto e la creazione di un sistema realmente fluido per l’utente. Mancano spesso connessioni efficaci tra trasporto pubblico, sharing, micromobilità e mobilità privata. Inoltre, fattori come parcheggio, accessibilità e continuità del servizio rendono complessa la creazione di un ecosistema che sostituisca realmente l’auto privata.

Quanto incide la prossimità nei modelli di mobilità condivisa?

La prossimità è un fattore decisivo. Modelli come car sharing di comunità, pooling di quartiere o reti locali funzionano soprattutto quando gli utenti sono geograficamente vicini. Senza prossimità, i problemi logistici aumentano e l’efficacia dei sistemi condivisi diminuisce sensibilmente.

Quali città rappresentano modelli virtuosi di mobilità sostenibile?

Tra gli esempi più rilevanti emergono Amsterdam, Vienna e Barcellona, tutte caratterizzate da strategie integrate di lungo periodo che combinano trasporto pubblico, ciclabilità e riqualificazione urbana.

Qual è il modello di Amsterdam nella gestione della mobilità?

Amsterdam ha affrontato negli anni ’70 una forte crisi legata alla motorizzazione e all’incidentalità stradale. Le proteste sociali e la crisi energetica hanno spinto a una trasformazione radicale basata su biciclette e trasporto pubblico integrato. Oggi una quota significativa degli spostamenti avviene in bicicletta o a piedi, con un uso residuale dell’auto.

Qual è il modello di Vienna?

Vienna ha sviluppato una pianificazione integrata tra urbanistica e mobilità, puntando sul trasporto pubblico come asse portante. Ha modernizzato una rete tranviaria storica, integrandola con metropolitane, autobus e sistemi di mobilità condivisa. Il risultato è una città con elevata accessibilità, servizi efficienti e politiche tariffarie inclusive.

Qual è il modello di Barcellona?

Barcellona ha attuato una trasformazione profonda degli spazi urbani attraverso il potenziamento del trasporto pubblico e la riduzione del traffico privato. Ha introdotto il modello delle superilles, isolati urbani in cui il traffico è limitato o escluso, restituendo spazio ai cittadini. Questo ha migliorato qualità dell’aria, ridotto rumore e aumentato vivibilità complessiva.

Cosa manca all’Italia per realizzare una mobilità davvero sostenibile?

Mancano tre elementi principali: una visione culturale centrata sulla persona più che sull’auto, il riconoscimento che non esiste un unico modello valido per tutte le città e una maggiore integrazione tra politiche pubbliche oggi spesso frammentate tra settori separati. Serve una strategia coordinata che unisca urbanistica, mobilità e gestione del territorio.

Quale ruolo possono avere i privati nella trasformazione della mobilità urbana?

Il ruolo dei privati è complementare ma significativo. Possono sviluppare soluzioni innovative, investire in nuove forme di mobilità e contribuire alla sperimentazione di modelli sostenibili. Tuttavia, la trasformazione richiede una convergenza con il settore pubblico, che deve garantire pianificazione, infrastrutture e coordinamento. Il cambiamento efficace nasce dall’interazione tra politiche pubbliche e iniziativa privata.

Come si può affrontare il problema della sicurezza nella mobilità urbana?

La sicurezza riguarda l’interazione tra tutti gli utenti della strada e non solo i veicoli. L’evoluzione tecnologica dei mezzi sta migliorando alcuni aspetti della sicurezza, ma restano criticità legate alla micromobilità e alla coesistenza tra mezzi diversi. Regole, infrastrutture adeguate e comportamenti più consapevoli sono elementi essenziali per ridurre incidenti e migliorare la sicurezza complessiva.

Cosa si può concludere sul diritto alla mobilità?

Il diritto alla mobilità implica sia la libertà di spostamento sia la possibilità di scegliere in modo consapevole tra diverse modalità, tenendo conto di accessibilità, costi e condizioni sociali. Per renderlo effettivo è necessario ripensare il rapporto tra città e cittadini, superando la centralità dell’auto e costruendo sistemi integrati, sostenibili e coordinati a livello istituzionale.